
A soli tre anni dal suo debutto sul mercato, il DS incontra il suo capolavoro definitivo…
… ed è un incontro col botto, visto e considerato che coinvolge la console più venduta del momento, il suo titolo migliore in assoluto e una delle saghe videoludiche più popolari di tutti i tempi, ovvero quella dedicata alla principessa Zelda e al suo eterno salvatore Link. Ma i meriti di Phantom Hourglass (seguito diretto dell’eccelso The Wind Waker, tra l’altro) vanno ben al di là di questo favorevole allineamento di eventi, e sono frutto di una sapiente opera di game design ragionato e al tempo stesso istintivo, di sapore quasi primordiale. Quel sapore così affine a quello riscontrabile nei videogiochi degli anni ‘80, in cui il divertimento era l’unica ragion d’essere del gioco stesso, ben al di sopra dei tecnicismi e delle aspirazioni commerciali. Perché è vero che Phantom Hourglass può vantare una mirabolante realizzazione audiovisiva, con una grafica in cell-shading che si sposa magnificamente con le caratteristiche del DS, ma è altrettanto vero che il suo essere un gioco praticamente perfetto deriva principalmente dal fatto che quest’ultimo episodio della saga di Zelda è, in poche parole, tremendamente godibile e divertente, dal primo all’ultimo istante.
ALLA RIVOLUZIONE!
Buona parte della gradevolezza di Phantom Hourglass viene dalla sua impostazione rivoluzionaria rispetto ai canoni della serie, ed anche rispetto a quelli dei giochi di ruolo d’azione in generale. Nintendo ha infatti deciso di dimostrare una volta per tutte le potenzialità di DS, e il risultato è un sistema di controllo interamente basato sullo stilo. Il che, per chi è abituato a controllare Link con la croce direzionale o con uno stick analogico, potrebbe anche suonare come un sacrilegio… se non fosse che la geniale trovata funziona alla perfezione. Invece di essere limitato, come si potrebbe temere, il sistema di controllo amplia ulteriormente le possibilità di intervento sui movimenti del protagonista, consentendo di guidarlo pian pianino tra eventuali trappole, di farlo correre a rotta di collo, di farlo balzare da una sporgenza all’altra, di fargli eseguire rapide capriole evasive, di mandarlo all’assalto dei nemici con la sua spada e di fargli impiegare armi ed oggetti secondari con una naturalezza (in particolare nel caso del boomerang) ed una precisione senza pari.
I momenti in cui è necessario soffiare e gridare nel microfono del DS non fanno altro che testimoniare ulteriormente la genialità di un impianto di base concepito specificamente per il portatile Nintendo, ma è di nuovo il touch screen che, non molto tempo dopo l’inizio dell’avventura, ruba la scena. E lo fa in maniera tanto geniale quanto utile e pratica, tutt’altro che fine a sé stessa, andando peraltro a risolvere uno dei problemi storici dei giochi di questo tipo, ovvero la necessità di prendere appunti e reinterpretarli ad ore di distanza, tentando di ricordare luoghi e personaggi. Ebbene, niente di tutto ciò accadrà con Phantom Hourglass: gli appunti, infatti, ora si prendono direttamente con lo stilo sulla schermata della mappa, sulla quale è possibile ‘marchiare’ località importanti, scrivere brevi note di testo e tracciare percorsi segnalati dai personaggi secondari e rotte nautiche. Rotte nautiche, già: perché, in quanto seguito di The Wind Waker, anche Phantom Hourglass vi manderà spesso e volentieri per mare tramite un divertente minigioco in cui sarà possibile confrontarsi con mostri marini, pirati ed altre difficoltà assortite (con tanto di possibilità di ampliare e modificare la propria barca).
THE DEEPER DUNGEONS
Non è solo nell’interfaccia utente che si è espresso il genio dei designer Nintendo, comunque, e questo è chiaro sin dal primo dungeon. I labirinti di Phantom Hourglass sono infatti più piccoli e meno ‘epici’ di quelli degli altri Zelda, ma ciò li rende adatti ad una fruizione occasionale (come è giusto che sia per un gioco portatile) e ha permesso agli sviluppatori di imbastire puzzle e meccaniche di rara intensità. I momenti morti sono un problema sconosciuto per Phantom Hourglass, ed oltre ad avere sempre qualcosa da fare il giocatore passa da un momento di stupore all’altro, ora per via di una soluzione particolarmente ingegnosa (come il peculiare limite di tempo del dungeon principale), ora grazie alla struttura intrigante di un determinato set di stanze e dei relativi enigmi. Questi ultimi, tra l’altro, non sono mai dispersivi o troppo estesi, il che si accoppia nuovamente alla perfezione con la natura portatile dell’avventura.
Un altro caposaldo della serie che è possibile ritrovare in forma espansa in Phantom Hourglass sono gli scontri con i boss, da sempre portati come esempio della creatività Nintendo. La classica procedura di incentrare un intero dungeon sull’utilizzo di un nuovo articolo di equipaggiamento per poi richiederne un uso attento e ponderato contro il mostro posto alla fine del dungeon stesso ritorna in forma smagliante in Phantom Hourglass, ma è ulteriormente arricchita dalle possibilità offerte dal doppio schermo e dallo stilo. Ogni battaglia corrisponde praticamente ad uno stile di gioco differente, e la ricerca delle debolezze di ciascun boss richiede un minimo di pensiero laterale e di creatività, a tutto beneficio della varietà del gioco e della già citata, continua sensazione di sorpresa. Si va dal semplice combattimento ai veri e propri puzzle, e non è affatto eccessivo affermare che gli scontri finali di Phantom Hourglass siano probabilmente i migliori nella lunga e gloriosa storia della saga.
TIRANDO LE SOMME…
… abbiamo una grafica che nessuno avrebbe creduto possibile sul DS, un ottimo comparto sonoro, un sistema di controllo rivoluzionario ed incredibilmente pratico al tempo stesso, un utilizzo completo delle potenzialità di DS, dei dungeon in cui la creatività fa il paio con la ridottissima necessità di tornare sui propri passi, dei puzzle pieni di inventiva, una serie di memorabili scontri con gli immancabili boss di fine livello, un gran numero di bonus e segreti nascosti, una storia della quale abbiamo taciuto ogni dettaglio per non rovinarne le innumerevoli sorprese (ovvero: eccellente) e una meccanica di gioco in grado di soddisfare tanto i novizi quanto i veterani della serie. Bisogna anche considerare, per onore di cronaca, che Phantom Hourglass forse è un pelo troppo facile e troppo breve, ma si tratta davvero di pagliuzze in un occhio di una bellezza indescrivibile a parole. Se avete un DS, non avete alcun motivo per non impossessarvi quanto prima di Phantom Hourglass. Se non avete un DS, uscite immediatamente e compratene uno, foss’anche solo per giocare l’ultimo episodio della saga di Link e Zelda – state certi che non ve ne pentirete…
Giudizio:
La perfezione, si sa, non è di questo mondo. Ma, per l’ennesima volta, Nintendo ci è andata dannatamente vicina. E adesso sappiamo finalmente cos’aveva in mente di preciso la grande N quando ha disegnato il DS, del quale questo gioco porta a compimento tutte le idee di base. C’è bisogno di aggiungere altro?
[align=center]Voto finale: 10/10[/align]
Fonte: gamesradar











































